Il viaggio di Daniela de Bartolo


Sono a Milano. Scendo dal bus che arriva da Malpensa, ho un piccolo djambè a tracolla e vado alla fermata dell’autobus.
Un ragazzo senegalese mi guarda, sorride e dopo un po’ mi dice “treccine ?”.
Sì, ho le treccine, me le sono fatte fare in Togo, a Lomè, alla fine della mia permanenza lì. Questo è stato per me il primo viaggio nell’Africa Nera. Un’esperienza profonda, mi rimarrà impressa per molto tempo.
Sono stata in Togo insieme a Manuela, mia amica e collega.
Conosco l’Associazione Afriaca, il cui presidente qui a Milano è Joseph. Tramite il progetto “Operazione scuola sicura” di Afriaca avevo scelto di offrire una borsa di studio, e mi è stato assegnato Imael di 11 anni di Lomè, la capitale. Andando lì ho potuto incontrarlo, insieme alle persone dell’associazione, passare un po’ di tempo con lui e con la sua famiglia, vedere la scuola ed il maestro. E’ stato emozionante incontrare chi avevo potuto solo vedere in fotografia. 
Per il resto della mia permanenza in Togo sono stata nel villaggio di Ando-Bedo, circa 60 km a nord della capitale, per partecipare ad un campo di volontariato organizzato dell’associazione Jeudev di Lomè, associazione partner locale dell’Afriaca. Il nostro compito era quello di partecipare alla costruzione di una scuola per il villaggio.
Certo è stata una bellissima soddisfazione fare i mattoni e veder crescere pian piano la nostra costruzione. All’inizio non c’era quasi niente e quando siamo andate via i muri perimetrali e i muri divisori erano sostanzialmente terminati. Si dovrà poi completare il tutto con il tetto.
Ma la cosa più bella è stata vivere nel villaggio, essere fianco a fianco con gli abitanti, vedere come è la loro vita. E soprattutto essere continuamente circondata dai bambini, che ti guardano con occhi puri, che colpiscono il cuore nel profondo. Non sono abituati a vedere la pelle chiara, ci osservano.
Questi bambini di bianchi non ne vedono sui giornali, perché non hanno giornali, e non ne vedono in televisione, perché non hanno la televisione, né la corrente elettrica.
I più piccoli addirittura piangono spaventati nel vederci. E come non capirli! Probabilmente sembriamo loro dei fantasmi. Quelli più grandi sono incuriositi: guardano le vene nelle braccia, che attraverso la pelle chiara sono visibili, guardavano i nei e chiedono cosa siano. Qualcuno mi conta anche le dita della mano. Sono proprio cinque anche le mie!
Nel villaggio non sei mai solo: un problema di una persona è un problema di tutti. Molto rapidamente mi sono abituata a questa nuova sensazione, e quegli sguardi, quegli occhi, quei sorrisi sono entrati profondamente nel mio cuore.
Insieme nei momenti liberi abbiamo ballato, cantato e giocato con i bambini. E’ stato bellissimo stare semplicemente vicino a loro, coccolarli, prenderli in braccio, tenerli per mano.  Giocano con nulla e qualunque oggetto è per loro una grande sorpresa e risorsa.
Una volta ho dato loro una copia del National Geographic che avevo portato con me, da leggere in viaggio. Un gruppetto di loro ha passato un’intera giornata a sfogliare quella rivista, a commentare tutte le illustrazioni, a chiedere cosa fosse questo e quello.
Il gruppo che ha lavorato al progetto di costruzione della scuola era costituito da Renè, Delali e Tanguy, dell’associazione Jeudev di Lomè, da Luca, volontario di Napoli, Benoit volontario francese, da Manuela e da me. Tutti noi alloggiavamo in una casa del villaggio.
Ogni giorno attraversavamo il villaggio per andare al cantiere. Molti ragazzi tessono a telaio delle sciarpe con colori molto vivaci. Tutti ci salutano, e ci invitano a scattar loro delle foto. Sì, il divertimento principale con noi è farsi immortalare in un’immagine, che poi mostriamo loro sullo schermo della fotocamera digitale. “Eye ma !” cioè “questo sono io!” dicono entusiasti i bambini in Ewe, la loro lingua.
La domenica partecipiamo alla messa ed è bello sentire i loro canti e vederli muovere al ritmo della musica. I bambini si voltano tutti verso di noi bianchi, che occupiamo una fra le ultime file. Non possono fare a meno di osservarci anche in chiesa e quelli con i quali c’è maggior confidenza, mostrano con orgoglio agli altri questo loro “privilegio”.
Ogni giorno mangiamo quanto per lo più Delali ci cucina: riso, pasta, cous cous al pomodoro, tonno, sardine e poi igname, specie di patate molto grandi, platani fritti, mais, arachidi. E come frutta ci sono banane, papaya, arance, ananas, cocco. Un paio di volte prepariamo noi la cena con qualcosa che avevamo portato dall’Italia.
Poi arriva il giorno in cui dobbiamo andare a Lomè e prepararci al ritorno.
Il mattino Manuela ed io facciamo il giro dei saluti dal capo villaggio e da altre autorità locali. Siamo commosse, e a stento riusciamo a dire qualche frase per ringraziare dell’accoglienza e della possibilità che ci è stata offerta di vivere insieme a loro. Il pensiero di separarci dai bambini è doloroso.
Aspettiamo la macchina che ci porterà nella capitale e salutiamo quegli sguardi che tanto ci hanno riempito il cuore.
Il caos di Lomè ci distrae un po’ da questo distacco, e andiamo al mercato a comprare qualche ricordo da portare con noi in Italia, anche se i ricordi più belli sono solo nel nostro cuore.